« Pregare sempre, senza stancarsi »
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,1-8.
Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Mi è stato chiesto : Molta gente vorrebbe ritirarsi totalmente dal mondo e vivere nella solitudine per trovarvi la pace, oppure rimanere in chiesa ; è forse questo che si può fare di meglio ? Rispondo di no. Ed ecco perché.
L’uomo dall’attegiamento retto, sta bene in ogni luogo e con tutti ; invece chi manca di rettitudine sta male in ogni luogo e con tutti. Chi possiede Dio solo ha in vista Dio solo, e ogni cosa diviene per lui Dio solo. Tale uomo porta Dio in ogni sua opera e in ogni luogo, e la sua intera attività assume un carattere divino…
Certo, per questo occorrono zelo e amore, una sorveglianza attenta della propria coscienza, un’intelligenza vigilante, vera e effettiva, che orienti tutto il nostro attegiamento spirituale riguardo alle cose e agli uomini. Non si può acquistare tale intelligenza con un attegiamento evasivo, sfuggendo le cose per rifugiarsi lontano dal mondo esteriore, nella solitudine. Bisogna invece imparare una solitudine interiore, dovunque ci si trovi, e in compagnia di chiunque ci si trovi. Bisogna imparare a penetrare nel profondo delle cose per afferravi Dio… In questo modo dobbiamo essere impregnati dalla presenza di Dio, rimodellati secondo la forma del Dio dell’amore ed essere con lui una cosa sola, perché la presenza di Dio ci illumini senza il minimo sforzo.
Fonte: Meister Eckhart, teologo domenicano
Quei muri appesi ai Crocefissi…
Gesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.
Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.
E’ stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).
Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.
Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni
stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.
La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.
Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di
Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.
Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.
I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.
Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere
considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?
Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?
Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”
Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?
Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?
La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?
E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.
Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.
Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della
civiltà).
Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far
togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.
Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.
Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?
Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.
Scriveva: “il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…)
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.
La Ginzburg proseguiva: “Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.
Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del
mondo”, scrive la Ginzburg.
Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.
Per questo potranno cancellarlo dai muri e alla fine – come accade in Arabia Saudita – potranno proibirci anche di portarne il simbolo al collo, ma nessuno può impedirci di portarlo nel cuore. E questa è la scelta intima di ognuno. La più importante.
Antonio Socci - Libero, 4 novembre 2009
Luoghi della speranza: le catacombe romane
Sulla via delle tombe siamo giunti nella terra del passato: così Johann Jakob Bachofen, grande scopritore delle culture antiche, descriveva nel secolo decimonono il suo cammino di ricerca scientifica. Da quando gli uomini esistono, si sono preoccupati dei loro morti e hanno cercato di dare loro una sorta di seconda vita mediante la propria sollecitudine. Così nel mondo dei morti si è conservato in qualche modo il loro passato di viventi; la morte ha conservato quel che la vita non poteva conservare. Come gli uomini hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, da nessuna parte lo scopriamo tanto chiaramente come dalle tombe, che ci sono rimaste come uno specchio del loro mondo. E in nessun luogo sentiamo la cristianità antica tanto vicina e tanto presente come nelle catacombe: quando camminiamo nei loro oscuri corridoi è come se noi stessi avessimo superato la linea del tempo e fossimo guardati da coloro che qui hanno custodito il loro dolore e la loro speranza.
Perché è così? Possono esserci molti motivi; ma quello più decisivo è che la morte ci riguarda oggi esattamente come allora, e anche se molte cose di quei tempi ci sono divenute estranee, la morte è rimasta la stessa. Nelle iscrizioni spesso maldestre che i genitori hanno dedicato ai loro figli o i coniugi l’uno all’altro, nel dolore e nella fiducia che lì trovano espressione, noi possiamo riconoscere noi stessi. Ancora di più: davanti all’oscura domanda della morte tutti noi cerchiamo un appiglio che ci lasci sperare, un segno che ci indichi la strada, una consolazione. Chi percorre le gallerie delle catacombe, non viene solo coinvolto nella solidarietà di tutto il dolore umano che lì trova espressione: non’ può cogliere soltanto la malinconia di ciò che è passato, tanto è completamente imbevuta, fino alle radici, della certezza della liberazione.
Questa strada della morte è in realtà una via della speranza; chi la percorre, inevitabilmente è reso in qualche modo partecipe della speranza che qui parla da tutte le immagini e da tutte le parole. Con tutto ciò si è però detto ancora molto poco sul nostro atteggiamento nei confronti della morte. Perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità non si è mai rassegnata a credere che al di là di essa vi sia semplicemente il nulla? I motivi sono molti. Anzitutto noi proviamo timore davanti alla morte semplicemente perché abbiamo paura del nulla, di questa partenza verso il totalmente ignoto. Ci ribelliamo contro di essa perché non possiamo credere che tutto quello che di grande e di sensato si è realizzato in una vita, debba improvvisamente precipitare nel nulla. Ci difendiamo da essa, perché l’amore esige eternità e perché non possiamo accettare la distruzione dell’amore che la morte porta con sé. La temiamo perché nessuno può scuotersi di dosso completamente la sensazione che vi sia un giudizio, al cui approssimarsi cresce in noi, senza alcuna attenuante, la memoria dei nostri fallimenti, che, di solito, sappiamo tanto premurosamente rimuovere. La questione del giudizio ha lasciato la sua impronta sulla cultura sepolcrale di ogni epoca. L’amore, che circonda il morto, deve proteggerlo; il fatto che tanta gratitudine lo accompagni non può rimanere senza effetto sul giudizio; così pensavano e pensano gli uomini. Oggi, però, siamo diventati razionali, o almeno così pensiamo. Non ci accontentiamo di qualcosa di vago, vogliamo la precisione. Perciò alla questione della morte non si vuole rispondere con la fede, ma a partire da conoscenze verificabili, empiriche. Così, da qualche tempo i resoconti di morti cliniche sono divenuti delle letture «da brivido» particolarmente attraenti. Esse peraltro sono già in fase discendente. La consolazione che offrono regge ben poco. Può anche essere divertente librarsi da qualche parte nella propria stanza sopra se stessi e guardare dall’alto sereni e commossi il proprio cadavere e i congiunti in lutto, ma non può essere certamente un’attività per l’eternità. Nel frattempo, ricercando l’empirico si è giunti fin quasi a ricadere nell’arcaico, nello spiritismo più o meno mascherato in forme scientifiche, nel desiderio di un contatto diretto con il mondo al di là della morte. Ma anche qui le prospettive sono oscure. Infatti quel che si può trovare sono soltanto dei duplicati di questa nostra vita terrena. Ma che senso avrebbe dover continuare a esistere senza luogo e senza fine in questo stesso modo?
Si tratta appunto di un’esatta descrizione dell’inferno. In effetti una seconda vita, che fosse semplicemente il doppione di quella vissuta sin qui ma senza più termini temporali, sarebbe la dannazione per sempre. La nostra vita terrena ha i suoi limiti temporali e proprio perché è così possiamo sostenerla; in eterno non riusciremmo a sopportarla. Ma allora che cosa succede? Non vogliamo la morte, e la vita che conosciamo non la vogliamo per sempre. Forse l’uomo è una contraddizione in se stesso, un errore della natura? Camminiamo ancora una volta con queste domande nel cuore lungo le vie delle catacombe. Solo chi può riconoscere una speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Che cosa ha dato agli uomini, che hanno lasciato qui i segni della loro fede, la possibilità di avere una fiducia tanto trasparente da riuscire ancora oggi a interpellarci nell’oscurità di questi corridoi sotterranei? Anzitutto essi erano pienamente consapevoli che l’uomo, preso dì per se stesso, limitato esclusivamente alla sua dimensione empiricamente percettibile, non ha alcun senso. Erano anche del tutto consapevoli dell’assurdità di un semplice prolungamento della nostra attuale esistenza in una dimensione senza limiti. Se già in questa realtà temporale l’isolamento è mortale e solo lo stare-in-rapporto, l’amore, ci sostiene, allora la vita eterna può avere senso solo in una totalità d’amore completamente nuova, che superi ogni temporalità. Dal momento che i cristiani di allora sapevano questo, vedevano anche che l’uomo è spiegabile solo se c’è Dio. Se c’è Dio: per loro questo «se» non era più un se, e proprio in questo sta la soluzione. Dio era uscito dalla sua sconosciuta lontananza ed era entrato nella loro vita e diceva: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). E anche altre parole brillavano nell’oscurità della morte: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La paura del giudizio era illuminata da ciò che Gesù aveva detto dall’alto della sua croce al ladrone crocifisso con lui «Oggi stesso tu sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). Soprattutto era risorto, e aveva detto: «Nella casa di mio Padre ci sono molte dimore... Io vi precedo per prepararvi un posto» (Gv 14,2). Dio non era più un «se» lontano, era lì. C’era davvero. Si era mostrato ed era accessibile.
Poi, però, tutto si risolveva da sé. Infatti se Dio c’è ese questo Dio ha voluto e vuole l’uomo, allora è chiaro che il suo amore può ciò che il nostro desidera invano: tenere in vita l’amato al di là della morte. I nostri cimiteri, con i loro segni di affetto e di attaccamento, sono proprio tentativi dell’amore di tenere in qualche modo stretto l’altro, di dargli ancora un po’ di vita. E un poco egli continua davvero a vivere anche in noi, non lui stesso ma qualcosa di lui. Dio può tenere di più: non solo pensieri, ricordi, sviluppi, ma ciascuno per quel che lui stesso è. È così che anche i tentativi dell’antica filosofia hanno acquistato per i cristiani un loro significato. Essa diceva: se tu vuoi sussistere al di là della morte, allora devi raccogliere in te stesso il più possibile di ciò che è eterno: verità, giustizia, bontà. Quanto più tu hai di tutto questo in te, tanto più rimane di te, tanto più rimani tu. O meglio: devi essere attaccato a ciò che è eterno, in modo da appartenervi tu stesso e partecipare della sua eternità. Essere attaccato alla verità e appartenere così a ciò che non può essere distrutto; tutto ciò diventa ora pienamente reale e vicino: resta attaccato a Cristo, egli ti sostiene attraverso la notte della morte che lui stesso ha attraversato. Così l’immortalità acquista senso. Essa non è più un infinito doppione del tempo presente, ma è qualcosa di completamente nuovo, è realmente la nostraeternità: essere nelle mani di Dio e quindi una cosa sola con tutti i fratelli che egli ha creato per noi, una cosa sola con la creazione. Solo questa è la vera vita, a cui noi ora possiamo guardare solamente come immersi nella nebbia. Senza risposta alla questione di Dio la morte resta un crudele enigma; ogni altra risposta ci porta nel contraddittorio. Ma se Dio c’è, il Dio che si è mostrato in Gesù Cristo, allora c’è la vita eterna e allora anche la morte è una strada della speranza.
Questa nuova esperienza è ciò che ha dato alle catacombe la loro impronta caratteristica. Per quanto molto delle loro immagini si sia logorato o sia sbiadito per l’inclemente scorrere del tempo, attraverso i secoli esse non hanno perso nulla dello splendore e, soprattutto, della verità della speranza da cui sono nate. Qui ci sono i fanciulli nella fornace; Giona che dalla pancia della mostruosa creatura marina viene rigettato alla luce; Daniele nella fossa dei leoni e molti altri; ma l’immagine più bella è quella del buon pastore, alla cui guida ci si può affidare senza timori, poiché egli conosce la strada, anche attraverso l’oscura valle della morte. «Il Signore è il mio pastore. Nulla mi mancherà... Dovessi vagare in mezzo alle ombre della morte, non temo alcun male, perché tu sei presso di me...» (Sai 22,1.4; LXX).
Joseph Ratzinger
Fonte: Immagini di speranza Ed S.Paolo
« Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato »
Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». (Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 14,1.7-11)
L'umiltà è la verità, e la verità è che io sono nulla, e tutto quello che di buono è in me, è di Dio. E spesso noi sciupiamo anche quello che di buono Dio ha messo in noi. Quando vedo che la gente a me chiede qualche cosa, non penso a quello che posso dare, ma a quello che non so dare, e per cui tante anime restano sitibonde, per non avere io saputo dare loro il dono di Dio.
Pensare che ogni mattina Gesù fa l'innesto di sé in noi, ci pervade tutti, ci dona tutto, dovrebbe dunque spuntare in noi il ramo o il fiore dell'umiltà. Viceversa, il diavolo, che non può innestarsi in noi così profondamente come Gesù, ecco che fa subito germogliare i suoi virgulti di superbia. Questo non ci fa onore. Bisogna dunque combattere e sforzarci di salire... Quando non ne possiamo più, allora, nella fermata, umiliamoci e in questa umiltà ci incontreremo con Dio, perché egli discende nel cuore umile.
Fonte:San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Buona giornata 8/8, GB 69